Sarajevo


Io non ci ero mai stato prima, a Sarajevo. Non so come fosse prima: ricordo vagamente le immagini di una Olimpiade Invernale, in cui Paoletta Magoni vinse l’oro in slalom speciale, ricordo l’immagine di una città proiettata forse anche troppo in avanti per un Paese comunista. Ma la Jugoslavia stessa, come imparai più tardi dalle enciclopedie, non era un Paese Comunista come tutti gli altri. La sua politica dava fastidio a Mosca per la sua apertura verso l’Occidente, esattamente come il PCI di Berlinguer. E poi era composto da una miriade di etnie e gruppi religiosi che avevano imparato a convivere: cattolici croati e sloveni, serbi e macedoni ortodossi, musulmani bosniaci e poi albanesi, montenegrini ed altre minoranze, tra cui quella italiana in Istria.

Poi una guerra. Terribile. Una etnia contro l’altra in un lungo e sanguinoso assedio della città.
Girando per le strade non puoi fare a meno di pensare che ogni persona adulta ha certamente visto la morte in faccia più di una volta. Lo capisci dai buchi di bombe ancora presenti sulla pavimentazione del centro, dagli edifici distrutti e ripopolati solo in parte. Durante l’assedio della città (1993-1996) la grande via che porta all’aeroporto era sotto il tiro dei cecchini: la strategia serba prevedeva di portare il terrore nell’animo della gente: potevi morire in coda ad una fontanella per prendere l’acqua o nel tragitto casa-lavoro. Ancora oggi molte facciate di palazzi sono crivellate dai colpi di mitraglietta. Se ne vedono a decine, impossibile non notarle.

Parli con la gente e senti storie incredibili. Un ragazzo ci racconta della fuga in Italia col padre ferito. Dopo che i Serbi avevano lanciato una granata sul mercato del centro uccidendo 68 innocenti e ferendone centinaia, la sua famiglia decise di espatriare in Cadore. Lui, ancora bambino, visse là per vent’anni, fu assunto appena in età nelle fabbriche di occhiali. Poi la crisi, la cassa-integrazione ed il rientro a Sarajevo, per riprovarci di nuovo. Ma è dura: lo stipendio minimo è di 250-300 euro al mese, quando pagano. Eh sì perché al Museo Nazionale, ad esempio, gli operatori lavorano solo grazie ai soldi dei biglietti (5 Marchi Bosniaci a persona, ossia 2,5 euro). Una distinta impiegata ci dice, con un groppo in gola, che da mesi non percepiscono lo stipendio, ma loro lo tengono aperto lo stesso, nonostante tutto.
Eppure la città è meravigliosa. Il quartiere antico, di derivazione ottomana, è pieno di negozietti colorati che offrono articoli di souvenir, cibo, tè, vestiti e foulard coloratissimi, pasticceria e gioielleria. Nel centro del quartiere la moschea.
Alle 14 di quel giorno sentiamo provenire da altoparlanti un canto in arabo. Il Muezzin, dall’alto del minareto, chiama i fedeli alla preghiera. Frotte di persone si accalcano nel piazzale della moschea, si tolgono le scarpe e guadagnano l’entrata. Un gruppo di ragazzini, in ritardo, rimane a pregare fuori. Le donne entrano da un’altra porta. All’uscita si tolgono il velo e riprendono il cammino nella loro occidentalità.

Restiamo colpiti Non si ha l’impressione dell’integralismo. Ragazze bellissime ed in abiti estremamente occidentali escono dalla moschea, si tolgono il velo e continuano indisturbate la loro giornata.
Forse gli stereotipi che abbiamo inculcati vanno rivisti urgentemente.

Due giorni dopo si riparte, direzione Mostar. Ma siamo consapevoli che a Sarajevo prima o poi dovremo tornare.

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Servizio da caffè bosniaco

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