Basta con questa storia dei tre mesi di ferie


Sono anche un insegnante. La mia onestà intellettuale mi obbliga a parlare con franchezza.Ho finito di lavorare a scuola il 9 giugno, poi gli scrutini mi hanno occupato i giorni 10-11 e 13 giugno per gli scrutini per una media di 3 ore.

Poi mercoledì 17 sono andato un paio d’ore a scuola per completare la documentazione finale, tra cui il modulo di ferie.

Le mie ferie sono di 36 giorni (ho chiesto dal 18 luglio al 31 agosto). Non ho lavorato per due settimane a Natale ed una settimana a Pasqua. Fanno 36+15+7 e fanno 58 giorni di non lavoro.
Poi dal 17 giugno al 18 luglio è molto improbabile essere chiamati in servizio (si, ok, possono farlo ma NON accade). E sono altri 30 giorni, per un totale di 58+30 sono 88.
Se facessi gli esami di maturità i giorni di non lavoro si ridurrebbero, ma verrebbero pagati extra (non moltissimo, ma comunque extra).
Si tratta di essere onesti. Non potete dire che sono tre mesi di ferie, ma sono tre mesi meno due giorni.
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-28a123e5-3e62-404e-9ec6-5821aa353dc1.html#p=0

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La buona bile. Articolo per non insegnanti.


Ho bile da vendere. Ne accumulo in quantità ogni volta che entro ed esco dall’Aula Insegnanti della scuola in cui insegno. Insegno, sì, sono un insegnante, tra le altre cose. La buona scuola, la riforma della scuola è il tema che mi rende nervoso. Scuola: sciopero, 'dragone' e bambini in corteo a Genova Se vi va di approfondire, i punti base della proposta governativa ve li linko qui.

La proposta del Governo

I punti proposti dal Governo sono un adattamento alla realtà scolastica di alcuni principi basilari di teoria dell’organizzazione:

  • Misurazione della performance dell’organizzazione
  • Miglioramento continuo attraverso formazione del personale, che viene incentivato a migliorare progressivamente la qualità del proprio lavoro
  • Automatizzazione (Informatizzazione) di alcune attività ripetitive per aumentare la produttività dell’organizzazione

Applicando questi principi, ad esempio, la Toyota è riuscita a guadagnare importanti fette di mercato automobilistico negli anni 50-60-70, quindi non si vede il motivo per cui non valga la pena di tentarne l’applicazione in ambito scolastico.

Si tratta di una proposta a mio avviso ragionevole: prende in considerazione, tra le altre cose, alcuni aspetti tipo l’attualizzazione della scuola alla realtà che ci circonda o una metodologia per valutarne la prestazione di cui certamente la scuola ha bisogno. In qualunque organizzazione chi fa bene viene premiato, chi fa male viene ridimensionato, chi fa danno viene allontanato.

Facciamo un esempio

Tutti noi abbiamo avuto, da studenti, almeno uno o due insegnanti palesemente cani che avrebbero certamente ottenuto migliori risultati in altri campi, tipo quelli di patate. Tali soggetti, per un perverso meccanismo di diritti acquisiti, sono rimasti saldamente al loro posto per anni, nonostante la loro manifesta incapacità, alimentando il mito di sè di generazione in generazione. Contemporaneamente, gente più capace e meritevole stava al palo in graduatoria, aspettando che uno di questi baroni se ne andasse in pensione per occuparne il posto.
Attualmente un insegnante può essere licenziato solo se giudicato colpevole in tre gradi di giudizio. Il fatto che sia palesemente inadatto a fare il suo lavoro, non è motivo di licenziamento.

Smentitemi nei commenti se avete esempi che dimostrano il contrario.

La proposta governativa permetterebbe ad un dirigente scolastico di risolvere personalmente situazioni come queste. 

Cosa penso della riforma

L’impianto della riforma nella sua integrità è piuttosto complesso: è davvero impossibile individuare a priori e con precisione punti di forza e di debolezza della proposta. Solo la sperimentazione sul campo può dare una risposta, ed eventualmente suggerire dei correttivi.

La reazione dei colleghi

funeralescuola
Brillante ironia sulla riforma della scuola pubblica.

Ma gli insegnanti no. Non va bene. Fa schifo. Renzi fascista. Niet.

La reazione media del corpo insegnante è un sostanziale muro contro muro, che rifiuta a qualunque costo di voler mettersi in discussione e migliorarsi: lo ha fatto in altre occasioni (no registro elettronico, no riforma Berlinguer del 1999), oggi dice no alla valutazione del proprio operato, no miglioramento del proprio lavoro.

Oppure reazioni tipo quella in foto (Aggiunta successivamente), di una simpatia senza pari.

Le fazioni nel corpo insegnante

Per capire meglio la situazione, dovete sapere che la classe degli insegnanti è divisa grosso modo nelle seguenti fazioni:

  1. I sindacalizzati che non vogliono perdere le rendite di posizione su cui sono seduti
  2. Quelli che non hanno voglia di leggersi la normativa o i DDL, e che quindi se li fanno spiegare del gruppo 1
  3. Quelli che ragionano e si rendono conto che se c’è un problema questo va risolto con la metodologia giusta, anche a costo di rimetterci qualcosa. Non sono pochi, questi del gruppo 3, ma sono meno rumorosi della somma del gruppo 1 e 2.

Il gruppo 1 e 2 più o meno sono questi qua:

Del gruppo 3 non abbiamo immagini, perché quel giorno (il 5 maggio 2015) era a lavorare.

sciopero-buona-scuola-5-maggio
Interlocutore ideale

Per molti insegnanti, insomma, la scuola è un servizio il cui scopo primo è dare lavoro agli insegnanti, non istruire i ragazzi.

La scuola che serve a se stessa.

Altri, invece, decisamente meno rumorosi hanno realmente a cuore le sorti della scuola vista come Servizio agli Studenti. Peccato che, pur essendo un gruppo numeroso, tendono ad essere meno visibili. Gli insegnanti del gruppo 3 sono poco avvezzi all’uso di fischietti, raganelle, megafoni, al contrario di questa qua a destra.

La Domanda

Ora, vi chiedo: vi pare che soggetti come quelli in foto possano essere degli interlocutori adatti a trovare una soluzione volta al miglioramento (ripeto: miglioramento) del servizio della Scuola Pubblica?

O forse sarebbe meglio sperimentare la proposta del Governo sul campo, dandosi un appuntamento entro un lasso di tempo per valorizzare i suoi punti di forza e correggerne le debolezze?

Se la risposta sta dentro di voi, scrivetela qui sotto.

Se volete insultare, lasciate perdere, oppure vi banno senza se e senza ma.

La pistola alla nuca


Immaginate di avere una pistola puntata alla nuca. La sentite, è fredda.Immaginate di avere nella mano sinistra un bel sacchetto di monete d’oro.Immaginate di avere nell’altra mano una bella valigetta di pelle nera piena di banconote da 100.Sentite che il proprietario della pistola fa una proposta di scambio: lui abbassa l’arma se voi vi liberate […]

Ossessione Privacy


È entrata nella nostra vita in punta di piedi, nel 1996. Nel 2003 ha preso una forza tale, fino a diventare una delle più grandi ossessioni italiane. La privacy. La pronuncia corretta sarebbe privasi. Ma se lo dici così vieni fulminato da sguardi severi che sussurrano beffardi “Ma non lo sai l’inglese, ‘gnorante?”. Si è obbligati […]

Lucrezia


Un giorno di due anni fa mi sono rotto le balle.
Ho deciso che qualcosa doveva cambiare.
Mi son comprato una moto. Non mi è venuto in mente altro.
Beh, non subito, ovviamente. Almeno due mesi dopo.
Perchè la moto? Non lo so. Forse un po’ di aria in faccia, di tanto in tanto mi avrebbe fatto bene, pensavo. E così fu. Dopo due mesi tra patente A, valutazioni prestazionali, studi, prezzi, visite a concessionari al limite della paranoia, ho deciso per Lei. Una splendida Kawasaki Vn900 che risponde al nome di Lucrezia.
Si chiama così perchè, mentre decidevo il suo nome, stavo canticchiando “Lucretia” dei Megadeth. Non ho avuto esitazioni.

E non appena ci sono montato su, ho capito che avevo perso del tempo a stare senza. Per giorni, anni, mi sono privato di emozioni.

Acquistare una moto non è come acquistare una macchina. Non devi andarci al lavoro, non è necessaria. Non serve a un cazzo. E’ un vizio. Un lusso assolutamente superfluo. Che tra l’altro tende a farti spendere soldi che avresti potuto bellamente risparmiare per altre cose più utili e che ti crea pure dolori alla schiena, alla lunga.
Non ha nessun senso valutare i consumi di carburante, i costi di esercizio o di assicurazione. Devi solo scegliere quella che più ti costringe a montarci su.

Poi magari guardi le altre (moto). Pensi che un giorno, magari, vorrai una Harley. O una cilindrata più potente. Pensi che per fare questo dovrai vendere quella cha hai già.

Ti accorgi che è come lasciare una morosa senza averlo deciso. E che in fondo in fondo non lo vuoi fare.

Passione pura, dunque.

la foto di Lucrezia

Bamboccioni per forza


La boutade di Brunetta richiama inevitabilmente un’altra celebre sparata su precari e simili. Mi riferisco a quella del Ministro di segno politico opposto, Padoa Schioppa, che affibbiò il celebre appellativo di “bamboccioni” ai trentenni ancora in casa da mammà.
La cosa mi coinvolse in prima linea, in quanto, all’epoca, ero un pasciuto piucchetrentenne abitante a carico.

Premetto che oggi vivo da solo, economicamente potrei dichiararmi indipendente (anche perchè non ho il mutuo nè l’affitto da pagare, e per questo mi dichiaro fortunato): con il mio lavoro, pur precario, posso permettermi le spese di gestione della casa, il cellulare, la colf e i giocattolini tecnologici. Ma sono un bamboccione forzato.
Perchè la mamma, abituata da decenni al suo ruolo, non molla la presa. E’ la mamma e vuole restare tale. Un osso duro.

Mezzogiorno di un giorno qualunque. Apro il frigo: è occupato da un rattrappito petto di pollo che mi chiede di essere misericordioso e di porre fine alle sue sofferenze. In quel momento preciso (ai limiti della telepatia) arriva la telefonata che propone fumanti spaghetti al ragù, praticamente da scolare a minuti. Cedo subito.
Altro giorno: il bidone della roba sporca pullula di calzini, magliette e camicie che ormai vivono di vita propria. Driiin. “Portami la roba che te la lavo e stiro”. Io abbozzo una timida difesa “Ma no, non preoccuparti, dai ci penso io”.
Il tentativo è palesemente debole, sterile. E come potrebbe essere diversamente? Davanti a me il reparto della roba asciutta ma non stirata mi supplica di approfittare dell’occasione, dato che ha raggiunto i limiti di capienza. Cedo nuovamente.
Stamattina. Driin. “Quando sei libero? Che vengo a lavarti le tende e il balcone”. Ah, perchè? Le tende si devono lavare? E il balcone non lo lava la pioggia? Non provo nemmeno a difendermi.

So per certo che la mia situazione è tutt’altro che un caso isolato. Madri come la mia sono diffusissime, tenacissime, indefesse. Non mollano la presa per nulla al mondo. Indifferenti a qualunque considerazione di opportunità economica, politica, sociale, lottano contro i figli maschi quasi quarantenni per mantenere il diritto di nutrirli e di lavar loro i vestiti. Effettuano controlli a campione per assicurarsi che i figli siano muniti di felpina nelle tiepide ma inaffidabili serate di luglio e che abbiano l’ombrello qualora fosse prevista pioggia.

L’unica soluzione, per l’emancipazione del figlio maschio, è il matrimonio. Ossia un passaggio volontario dalla padella alla brace.

Uomo davanti al frigo
Se il frigo è vuoto, la soluzione è a portata di mano

Storia del gourmet che impara guardando la Parodi


Il mio amico P. ritiene di saper cucinare.
Non aveva mai fatto nemmeno un uovo sodo, nemmeno all’Università quando studiava a Milano. Infatti, quando rientrava nel suo appartamento condiviso, passava un quarto d’ora a riempire il frigo di contenitori di plastica pieni di roba fatta dalla madre: ragù, minestrone, arrosto, brodo di pollo, verdure cotte. Aveva provviste per tutta la settimana.
Ora, cresciuto, è andato a vivere per conto suo e si è reso conto che è ora di imparare ad utilizzare i fornelli. Ma da dove iniziare?

Si accorge che prima del suo tiggì preferito, Studio Aperto, c’è una splendida rubrica che fa al caso suo: Cotto e Mangiato.

L’effetto è devastante, per il mio amico P. “Ma guarda”‘ pensa, “questa ha fatto la giornalista a vita, non ha il cappello da cuoco, e fa programmi e libri di cucina! Ma allora posso farcela anche io!!”

Estasiato, davanti alla tivvù assorbe le ricette della Parodi: “Prendete la mozzarella industriale a sfoglie, la stendete sul pane da tramezzino, la passate nell’uovo liofilizzato, già sbattuto e mettete in forno” “prendete il sugo surgelato, lo scaldate al microonde e poi lo buttate sulla pasta precotta e gnammmm che buonoo!!! Cotto e mangiato”.

Il mostro è creato.

Il mio amico P. è convinto che per essere bravi in cucina basta saper mescolare ingredienti precotti, surgelati. Cosa serve fare un soffritto, se ci pensa la Findus? Perchè tagliare la mozzarella fresca, se c’è già quella a fettine e che dura pure di più? Basilico fresco? Ma dai, c’è quello liofilizzato… E così, approssimazione più, approssimazione meno, la cucina del mio amico P. prende forma e gusto. Dice lui. Tanto che si è messo in testa di voler aprire un ristorante.