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Il Vizio di Leggere


Ho la maledetta abitudine di leggere qualunque cosa mi capiti sotto tiro. Giornali, social network, pubblicità, pizzini appiccicati ai frigoriferi: mi piace assorbire informazioni da qualunque cosa, mangiucchiare parole e pensieri in maniera talvolta compulsiva, come popcorn davanti ad un film.
Altrettanto frequentemente abbandono quelle letture prima della fine, soprattutto se ho di fronte qualcosa scritto male.

E fra i testi che abbandono rapidamente sicuramente ci sono i contratti di servizi assicurativi o bancari: i periodi prolissi e la terminologia oscura di cui sono infarciti sono un po’ troppo per la mia pazienza.

Di conseguenza, confesso, non li leggo mai. Firmo velocemente il rinnovo dell’assicurazione o del servizio bancario, mi fido. Il premio lo pago ogni anno, il bancomat lo rinnovo ogni cinque, e ad oggi non ho avuto da ridire.

Sicuramente in quei contratti stilisticamente inaccessibili ci sono condizioni un po’ sfavorevoli per me, ma in compenso l’assicuratore mi ha fatto qualche sconto, il bancomat è una comodità indispensabile.

Suppongo che ciò si traduca in qualche cavillo a mio sfavore che un giorno potrebbe crearmi qualche problema. Me ne faccio una ragione: dirò a me stesso che sono stato un po’ mona a non leggere le carte e ci rimetterò qualcosa di tasca mia.

Se però dovessi investire tutti i miei risparmi, la situazione sarebbe molto diversa: ingollerei pagine e pagine di testi scritti pessimamente, spulcerei tabella per tabella, googlerei qualunque sigla, acronimo, definizione che non mi dovesse essere chiara, alla faccia del piacere di lettura.

E se ancora non fosse chiaro, parlerei con qualcuno che conosce la materia e che mi aiuti a capire: 

se le cose dovessero andare per il verso sbagliato, il responsabile sarei solo ed esclusivamente io. Punto.

Basta con questa storia dei tre mesi di ferie


Sono anche un insegnante. La mia onestà intellettuale mi obbliga a parlare con franchezza.Ho finito di lavorare a scuola il 9 giugno, poi gli scrutini mi hanno occupato i giorni 10-11 e 13 giugno per gli scrutini per una media di 3 ore.

Poi mercoledì 17 sono andato un paio d’ore a scuola per completare la documentazione finale, tra cui il modulo di ferie.

Le mie ferie sono di 36 giorni (ho chiesto dal 18 luglio al 31 agosto). Non ho lavorato per due settimane a Natale ed una settimana a Pasqua. Fanno 36+15+7 e fanno 58 giorni di non lavoro.
Poi dal 17 giugno al 18 luglio è molto improbabile essere chiamati in servizio (si, ok, possono farlo ma NON accade). E sono altri 30 giorni, per un totale di 58+30 sono 88.
Se facessi gli esami di maturità i giorni di non lavoro si ridurrebbero, ma verrebbero pagati extra (non moltissimo, ma comunque extra).
Si tratta di essere onesti. Non potete dire che sono tre mesi di ferie, ma sono tre mesi meno due giorni.
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-28a123e5-3e62-404e-9ec6-5821aa353dc1.html#p=0

La buona bile. Articolo per non insegnanti.


Ho bile da vendere. Ne accumulo in quantità ogni volta che entro ed esco dall’Aula Insegnanti della scuola in cui insegno. Insegno, sì, sono un insegnante, tra le altre cose. La buona scuola, la riforma della scuola è il tema che mi rende nervoso. Scuola: sciopero, 'dragone' e bambini in corteo a Genova Se vi va di approfondire, i punti base della proposta governativa ve li linko qui.

La proposta del Governo

I punti proposti dal Governo sono un adattamento alla realtà scolastica di alcuni principi basilari di teoria dell’organizzazione:

  • Misurazione della performance dell’organizzazione
  • Miglioramento continuo attraverso formazione del personale, che viene incentivato a migliorare progressivamente la qualità del proprio lavoro
  • Automatizzazione (Informatizzazione) di alcune attività ripetitive per aumentare la produttività dell’organizzazione

Applicando questi principi, ad esempio, la Toyota è riuscita a guadagnare importanti fette di mercato automobilistico negli anni 50-60-70, quindi non si vede il motivo per cui non valga la pena di tentarne l’applicazione in ambito scolastico.

Si tratta di una proposta a mio avviso ragionevole: prende in considerazione, tra le altre cose, alcuni aspetti tipo l’attualizzazione della scuola alla realtà che ci circonda o una metodologia per valutarne la prestazione di cui certamente la scuola ha bisogno. In qualunque organizzazione chi fa bene viene premiato, chi fa male viene ridimensionato, chi fa danno viene allontanato.

Facciamo un esempio

Tutti noi abbiamo avuto, da studenti, almeno uno o due insegnanti palesemente cani che avrebbero certamente ottenuto migliori risultati in altri campi, tipo quelli di patate. Tali soggetti, per un perverso meccanismo di diritti acquisiti, sono rimasti saldamente al loro posto per anni, nonostante la loro manifesta incapacità, alimentando il mito di sè di generazione in generazione. Contemporaneamente, gente più capace e meritevole stava al palo in graduatoria, aspettando che uno di questi baroni se ne andasse in pensione per occuparne il posto.
Attualmente un insegnante può essere licenziato solo se giudicato colpevole in tre gradi di giudizio. Il fatto che sia palesemente inadatto a fare il suo lavoro, non è motivo di licenziamento.

Smentitemi nei commenti se avete esempi che dimostrano il contrario.

La proposta governativa permetterebbe ad un dirigente scolastico di risolvere personalmente situazioni come queste. 

Cosa penso della riforma

L’impianto della riforma nella sua integrità è piuttosto complesso: è davvero impossibile individuare a priori e con precisione punti di forza e di debolezza della proposta. Solo la sperimentazione sul campo può dare una risposta, ed eventualmente suggerire dei correttivi.

La reazione dei colleghi

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Brillante ironia sulla riforma della scuola pubblica.

Ma gli insegnanti no. Non va bene. Fa schifo. Renzi fascista. Niet.

La reazione media del corpo insegnante è un sostanziale muro contro muro, che rifiuta a qualunque costo di voler mettersi in discussione e migliorarsi: lo ha fatto in altre occasioni (no registro elettronico, no riforma Berlinguer del 1999), oggi dice no alla valutazione del proprio operato, no miglioramento del proprio lavoro.

Oppure reazioni tipo quella in foto (Aggiunta successivamente), di una simpatia senza pari.

Le fazioni nel corpo insegnante

Per capire meglio la situazione, dovete sapere che la classe degli insegnanti è divisa grosso modo nelle seguenti fazioni:

  1. I sindacalizzati che non vogliono perdere le rendite di posizione su cui sono seduti
  2. Quelli che non hanno voglia di leggersi la normativa o i DDL, e che quindi se li fanno spiegare del gruppo 1
  3. Quelli che ragionano e si rendono conto che se c’è un problema questo va risolto con la metodologia giusta, anche a costo di rimetterci qualcosa. Non sono pochi, questi del gruppo 3, ma sono meno rumorosi della somma del gruppo 1 e 2.

Il gruppo 1 e 2 più o meno sono questi qua:

Del gruppo 3 non abbiamo immagini, perché quel giorno (il 5 maggio 2015) era a lavorare.

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Interlocutore ideale

Per molti insegnanti, insomma, la scuola è un servizio il cui scopo primo è dare lavoro agli insegnanti, non istruire i ragazzi.

La scuola che serve a se stessa.

Altri, invece, decisamente meno rumorosi hanno realmente a cuore le sorti della scuola vista come Servizio agli Studenti. Peccato che, pur essendo un gruppo numeroso, tendono ad essere meno visibili. Gli insegnanti del gruppo 3 sono poco avvezzi all’uso di fischietti, raganelle, megafoni, al contrario di questa qua a destra.

La Domanda

Ora, vi chiedo: vi pare che soggetti come quelli in foto possano essere degli interlocutori adatti a trovare una soluzione volta al miglioramento (ripeto: miglioramento) del servizio della Scuola Pubblica?

O forse sarebbe meglio sperimentare la proposta del Governo sul campo, dandosi un appuntamento entro un lasso di tempo per valorizzare i suoi punti di forza e correggerne le debolezze?

Se la risposta sta dentro di voi, scrivetela qui sotto.

Se volete insultare, lasciate perdere, oppure vi banno senza se e senza ma.

Come ti tolgo i “portoghesi” dall’autobus


Come i miei concittadini sanno, a Trento si è aperta la battaglia ai “portoghesi” degli autobus.
Cose da non credere: nonostante l’aumento dei controlli (e della conseguente spesa relativa) il problema pare ancora non risolto.
Durante la mia esperienza spagnola, ho visto che in quel Paese il problema praticamente non sussiste, o comunque è limitatissimo.
Ecco perché:

  1. Tutti entrano solo dalla porta anteriore, così l’autista controlla se un utente ha timbrato o se ha l’abbonamento. In questo modo tutti in coda ad attendere il proprio turno
  2. Un biglietto, una corsa. Niente biglietti valevoli 90 minuti o cose del genere. In questa situazione, però, una corsa non può costare € 1.20: in una città come Trento una corsa non deve superare €0.80
  3. L’autista può anche vendere il biglietto.
  4. la porta posteriore e quella centrale serve ad uscire: la gente progressivamente scorre verso le porte, e si evitano gli ingorghi a centro autobus che si creano su certe fermate
  5. le fermate degli autobus prevedono quasi sempre una rientranza nel marciapiede per lasciar defluire il traffico. Corrispondentemente l’autobus che esce dalla fermata ha la precedenza (questo è previsto dal Codice della Strada italiano, ma non tutti lo sanno

Ho visto autisti sgridare severamente un povero studente colpevole di entrare dalla porta posteriore.
Quello studente, ora cresciuto, propone quella soluzione nella propria città. C’è qualcuno di Trentino Trasporti disposto ad ascoltare?

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Sarajevo


Io non ci ero mai stato prima, a Sarajevo. Non so come fosse prima: ricordo vagamente le immagini di una Olimpiade Invernale, in cui Paoletta Magoni vinse l’oro in slalom speciale, ricordo l’immagine di una città proiettata forse anche troppo in avanti per un Paese comunista. Ma la Jugoslavia stessa, come imparai più tardi dalle enciclopedie, non era un Paese Comunista come tutti gli altri. La sua politica dava fastidio a Mosca per la sua apertura verso l’Occidente, esattamente come il PCI di Berlinguer. E poi era composto da una miriade di etnie e gruppi religiosi che avevano imparato a convivere: cattolici croati e sloveni, serbi e macedoni ortodossi, musulmani bosniaci e poi albanesi, montenegrini ed altre minoranze, tra cui quella italiana in Istria.

Poi una guerra. Terribile. Una etnia contro l’altra in un lungo e sanguinoso assedio della città.
Girando per le strade non puoi fare a meno di pensare che ogni persona adulta ha certamente visto la morte in faccia più di una volta. Lo capisci dai buchi di bombe ancora presenti sulla pavimentazione del centro, dagli edifici distrutti e ripopolati solo in parte. Durante l’assedio della città (1993-1996) la grande via che porta all’aeroporto era sotto il tiro dei cecchini: la strategia serba prevedeva di portare il terrore nell’animo della gente: potevi morire in coda ad una fontanella per prendere l’acqua o nel tragitto casa-lavoro. Ancora oggi molte facciate di palazzi sono crivellate dai colpi di mitraglietta. Se ne vedono a decine, impossibile non notarle.

Parli con la gente e senti storie incredibili. Un ragazzo ci racconta della fuga in Italia col padre ferito. Dopo che i Serbi avevano lanciato una granata sul mercato del centro uccidendo 68 innocenti e ferendone centinaia, la sua famiglia decise di espatriare in Cadore. Lui, ancora bambino, visse là per vent’anni, fu assunto appena in età nelle fabbriche di occhiali. Poi la crisi, la cassa-integrazione ed il rientro a Sarajevo, per riprovarci di nuovo. Ma è dura: lo stipendio minimo è di 250-300 euro al mese, quando pagano. Eh sì perché al Museo Nazionale, ad esempio, gli operatori lavorano solo grazie ai soldi dei biglietti (5 Marchi Bosniaci a persona, ossia 2,5 euro). Una distinta impiegata ci dice, con un groppo in gola, che da mesi non percepiscono lo stipendio, ma loro lo tengono aperto lo stesso, nonostante tutto.
Eppure la città è meravigliosa. Il quartiere antico, di derivazione ottomana, è pieno di negozietti colorati che offrono articoli di souvenir, cibo, tè, vestiti e foulard coloratissimi, pasticceria e gioielleria. Nel centro del quartiere la moschea.
Alle 14 di quel giorno sentiamo provenire da altoparlanti un canto in arabo. Il Muezzin, dall’alto del minareto, chiama i fedeli alla preghiera. Frotte di persone si accalcano nel piazzale della moschea, si tolgono le scarpe e guadagnano l’entrata. Un gruppo di ragazzini, in ritardo, rimane a pregare fuori. Le donne entrano da un’altra porta. All’uscita si tolgono il velo e riprendono il cammino nella loro occidentalità.

Restiamo colpiti Non si ha l’impressione dell’integralismo. Ragazze bellissime ed in abiti estremamente occidentali escono dalla moschea, si tolgono il velo e continuano indisturbate la loro giornata.
Forse gli stereotipi che abbiamo inculcati vanno rivisti urgentemente.

Due giorni dopo si riparte, direzione Mostar. Ma siamo consapevoli che a Sarajevo prima o poi dovremo tornare.

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Servizio da caffè bosniaco

Lettera a Michele Santoro


E così Santoro hai riaperto le tue trasmissioni via web.
Sfruttando le potenzialità del web 2.0, hai trovato una nuova opportunità di trasmissione, svincolandoti dalle regole (scritte e non scritte) della trasmissione televisiva tradizionale.
Quando dovevi barcamenarti nel clima della RAI, infestato da pesanti tentativi di censura, il tuo ruolo di faro dell’informazione dell’opposizione era chiaro ed efficace.
Davi l’impressione di un giornalista che sopportava di tutto pur di far arrivare a tutti quelle informazioni che, diversamente, sarebbero giunte solo al malpensante e sinistro popolo di Internet.
Eri su Rai Due, sotto gli occhi di tutti, e per stare a galla dovevi abbattere, uno per uno, gli ostacoli posti dagli yesmen di governo.

Che impressione ho avuto, ieri sera, guardando Servizio Pubblico? Una trasmissione via web, con la tua redazione tranquilla, nessuno yesmen filogovernativo da sbeffeggiare, nessun ostacolo da abbattere.
Sembrava di vedere la versione di sinistra di uno di quei paciosi programmi di analisi politica pomeridiana di matrice Mediaset dove il massimo del contraddittorio è assegnato a siparietti tra Vittorio Feltri e Maurizio Belpietro, comunque d’accordo nel propugnare il Verbo contro la Sinistra eversiva, i Giudici, i Comunisti.
Interviste alla gente per strada, uomini di cultura e compagnia bella con un solo leit motiv: sparare a zero su Berlusconi, le Puttane, la Casta.

Vedi, Michele, secondo me è ora di chiudere con questo antiberlusconismo a tutti i costi. Berlusconi è un uomo, che da qualche anno si è rincoglionito con la gnocca. L’hai detto tu alla “Zanzara”e la penso anch’io così. Finirà da solo, basta aspettare. Il problema è: cosa ci resterà poi?

“Il problema non è Berlusconi in sè ma il Berlusconi in me”. Gaber lo disse chiaro. Severgnini lo ribadisce nel suo “La pancia degli Italiani”. Un risultato certo del berlusconismo è stato quello di legittimare, in ogni italiano, quella componente furbetta e disonesta celata dietro il “tanto lo fanno tutti”.
Mi riferisco a quella parte che accetta di farsi togliersi la carie senza fattura o che dimostra una gravidanza a rischio, quando rischio non c’è. Quella parte che chiede la raccomandazione per assumere il figlio in Comune o che si fa fare il falso certificato di malattia dal fratello medico. Quella parte che parcheggia “solo dù minuti” in zona vietata per prendere il giornale e che poi, quando si incarna nella classe politica, diventa privilegio, abusi, Casta, uno dei grandi temi della tua puntata di ieri.

Ma ti chiedo, Michele: quale di quei cittadini indignati rinuncerebbe a quei privilegi se potesse accedervi? Quale di quei cittadini, potendo approfittare di alcuni benefici, pagherebbe comunque con le proprie tasche anteponendo ai propri interessi il bene dello Stato?

I privilegi di quella Casta non sono altro che la propagazione di quei piccoli abusi che commettiamo quotidianamente. Solo abituandoci a rinunciarci potremmo pensare di ripulire un po’ il Paese dalla cappa di aria insana che lo opprime. Vogliamo usare il web 2.0 per realizzare questo obiettivo? L’antiberlusconismo ha fatto il suo tempo.

Pensaci. Con stima.

Salvastore

La pistola alla nuca


Immaginate di avere una pistola puntata alla nuca. La sentite, è fredda.Immaginate di avere nella mano sinistra un bel sacchetto di monete d’oro.Immaginate di avere nell’altra mano una bella valigetta di pelle nera piena di banconote da 100.Sentite che il proprietario della pistola fa una proposta di scambio: lui abbassa l’arma se voi vi liberate […]